Dalle sigarette Alfa ad “Alfabeta”

Maggio, 2024
8 minuti di lettura

Una riunione della redazione della rivista “Alfabeta”, all’inizio degli anni Ottanta; si riconoscono da sinistra: Gianni Sassi, Gino Di Maggio, un amico casualmente presente, Nanni Balestrini e Francesco Leonetti. Photo Fabrizio Garghetti, Courtesy Archivio Garghetti

Intervista a Gino Di Maggio

Redazione di Postutto: La rivista “Alfabeta”, di cui lei è stato uno dei fondatori, ha avuto un ruolo di grande importanza per la nostra cultura in un complesso periodo storico; può dirci come è nata, quali sono state le esigenze che più hanno inciso nella sua ideazione ?

Gino Di Maggio: La rivista Alfabeta è nata durante una maratona infinita con George Brecht, in una notte di primavera del 1975 all’hotel Manzoni di Milano e per la precisione nel bar dell’hotel, alle prime luci dell’alba. A quel punto esausto chiesi a George Brecht cosa potevamo fare per comunicare anche agli altri tutto quello di cui avevamo discusso. George che oltre ad essere, a quel tempo, un gran bevitore, era anche un gran fumatore di sigarette allora molto popolari, che si chiamavano Alfa, mi rispose: facciamo una rivista! E guardando il suo pacchetto di sigarette che ho conservato, sentenziò: chiamiamola Alfaβ! Contemporaneamente scrivendo β (beta) sulla facciata del pacchetto. Poi ricordandosi di essere il re dei paradossi, esclamò: ma sarebbe troppo serio! Decise istantaneamente di fare due riviste in una, da una parte la copertina era α-beta, dall’altra parte α-bête. Uscirono alcuni numeri (1975-1976), rivedendoli oggi molto interessanti, che pochissimi però conoscono. E piacque, soprattutto il titolo, quello serio a Nanni Balestrini che in quegli anni voleva fare una rivista dedicata alla letteratura, una specie di “New York Review of Books”.

Mi chiese di cambiare il formato, di mantenere il titolo, e di coinvolgere nella direzione un numero assai ampio di prestigiosi intellettuali italiani. Non tutti accettarono, ma tutti si resero disponibili a scrivere per la rivista.

Reperto, Courtesy Fondazione Mudima

R.P.: Vi sono vicende di carattere politico e giudiziario che alla fine degli anni Settanta si sono intrecciate alla storia della rivista, coinvolgendo in particolare Nanni Balestrini oltre ad altri componenti della vostra redazione; può parlarci di quelle interferenze tra cultura e politica, che oggi appaiono piuttosto marginali e che al tempo erano invece di grande evidenza?

G.D.M.: Erano anni difficili, ambigui, durante i quali molte cose sono successe, alcune molto positive in termini di civilizzazione della comunità, come la conquista del diritto al divorzio o lo Statuto dei lavoratori che finalmente riconosceva alcuni diritti fondamentali alla parte più cospicua tra quelle che producevano ricchezza in questo paese. Ma furono anche gli anni di altri avvenimenti molto negativi e con esiti drammatici che sembrarono portare il paese verso uno scontro a tratti paragonabile a una guerra civile. La macchina dello stato non riusciva a stare al passo con i grandi cambiamenti culturali e sociali che si verificavano nel paese. Le bombe scoppiate nel 1969 alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, oggi addebitate ai servizi deviati dello stato, fecero capire a tutti gli italiani che il gioco si faceva duro e che nulla era scontato. La reazione di quella che io continuo a pensare come la migliore gioventù del paese fu altrettanto dura e alla fine catastrofica. Non fu un fenomeno che coinvolse qualche centinaio di giovani come potrebbe apparire dai processi alle Brigate Rosse che poi si susseguirono, ma fu un fenomeno che coinvolse la coscienza di  decine di migliaia di giovani che improvvisamente si sentirono chiusi e forzati dentro ad un vicolo cieco, una frustrazione e un senso di impotenza a cui alcuni di loro reagirono con la drammatica reazione che portò al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro, ironia della sorte uno dei pochissimi che con grande intelligenza si stava adoperando per un cambiamento reale. Noi, quelli di piazzale Martini, non volemmo partecipare a questo massacro generazionale. In quegli anni Nanni Balestrini propose di modificare una piccola rivista creata agli inizi degli anni Settanta, Alfabeta, in un giornale mensile da distribuire in edicola. Nacque così l’esperienza redazionale di un collettivo di intellettuali come Umberto Eco, Maria Corti, Antonio Porta, Francesco Leonetti, Mario Spinella, Paolo Volponi , Pieraldo Rovatti e naturalmente Nanni Balestrini, a cui presto si aggiunsero tre giovani redattori di gran classe come Omar Calabrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti. Gianni Sassi si inventò da par suo una veste grafica su misura ed io pubblicai la rivista come MULTHIPLA edizioni riscuotendo grandissimo successo, con una media di 18.000/20.000 copie vendute. Dal numero 43 in avanti Alfabeta si trasformò in cooperativa editoriale e così continuò fino alla sua data di chiusura con il numero 114.

Il vero demiurgo della nascita di Alfabeta nella nuova versione è stato Nanni Balestrini, anche se ancor prima dell’uscita del primo numero, aprile 1979, fu costretto all’esilio in Francia.

Perché Nanni volesse fare una rivista, non lo sapremo mai, purtroppo non è più tra noi, ma credo che oggi possiamo ampiamente intuirlo. Nanni Balestrini è stata una straordinaria personalità della cultura italiana del Novecento, poeta d’avanguardia, scrittore, drammaturgo, artista visivo. Credo sia stato sempre nel suo DNA, lo aveva già fatto con “Quindici” negli anni sessanta, la voglia o il desiderio di creare nuove riviste. Quindi la prima e fondamentale ragione che lo spingeva era quella letteraria, ma Nanni è stato anche e totalmente un uomo del suo tempo ed ha partecipato attivamente agli eventi politici che hanno connotato quel periodo della nostra vita. Tempi difficili, caotici e di grande cambiamento. Io credo che lui immaginasse anche “Alfabeta” come una grande piattaforma culturale di riferimento, per i movimenti politici che disordinatamente si evidenziavano nella società italiana. Ed ultima ma non ultima io credo che lui pensasse ad “Alfabeta” come ad una grande zattera di salvataggio, culturale naturalmente, per salvarsi da una deriva che avrebbe portato di lì a poco tempo ad esiti drammatici, un’intera generazione di italiani.

R.P.: L’interdisciplinarità è stata una fondamentale caratteristica di “Alfabeta”, cui hanno collaborato semiologi come Umberto Eco e Omar Calabrese, scrittori e poeti come Nanni Balestrini, Francesco Leonetti, Paolo Volponi, filologi come Maria Corti, filosofi come Pier Aldo Rovatti e Maurizio Ferraris, sociologi come Carlo Formenti e Alessandro Dal Lago, oltre a vari altri; come avvenivano i dialoghi tra i vari autori ed il gruppo della redazione? Quali le problematiche e le questioni più dibattute nei vostri incontri ?

G.D.M.: Erano, alla fine degli anni sessanta e l’inizio del settanta, anni di grande cambiamento e tutti volevamo partecipare. Si discuteva infinitamente delle questioni del mondo, di quelle ideologiche, di quelle umane e personali. Era un mondo in rapida trasformazione, non solo quello italiano. L’interdisciplinarietà nacque direi naturalmente, da questa presenza contemporanea. A mia memoria, era la prima volta che ciò avveniva nella storia della cultura italiana, e tutto avveniva a costo zero, perché i ricavi delle vendite, eravamo distribuiti in tutte le edicole italiane, che pure furono inaspettatamente interessanti, permettevano solo di pagare i costi tecnici.

Foto di gruppo, da sinistra: Gianni Sassi, Francesco Leonetti, Gino Di Maggio, Maria Corti, Nanni Balestrini, Antonio Porta, Mario Spinella, Umberto Eco. Photo Fabrizio Garghetti, Courtesy Archivio Garghetti

R.P.: Nella storia della rivista una sorta di cardine sembra sia stato Gianni Sassi, può parlarci della funzione che ha avuto ? Della sua persona?

G.D.M.: Gianni Sassi, a cui ero da sempre legato da una fraterna amicizia, è stato il geniale art director di “Alfabeta” ed una colonna insostituibile perché semplicemente il giornale fisicamente nasceva dalle sue mani. Ci eravamo conosciuti ormai non più ragazzi ma certo ancora giovanissimi a Milano in Piazzale Martini, dove lui abitava.

Piazzale Martini era una piazza con un carattere particolare, un luogo di confine tra classi sociali diverse: ad ovest e ad est palazzi medio borghesi anche se senza troppo pretese; a nord case più popolari per la piccola borghesia impiegatizia e a sud-est il quartiere di case popolari di Calvairate, costruito negli anni ’20 e ’30 a beneficio di una nuova categoria di lavoratori, quei tranvieri che proprio a due passi in viale Molise avevano uno dei maggiori depositi del trasporto pubblico milanese. Piazzale Martini era spazio neutro, in qualche misura un non luogo rigorosamente silenzioso sia di giorno che di notte, con rade persone che passeggiavano nei sui bei giardini centrali, ognuno rimaneva chiuso nel proprio mondo. Questo territorio così particolare non poteva lasciare una profonda influenza sul percorso della nostra vita e di quella di Gianni. Intorno alla piazza c’erano i ristoranti dove ci incontravamo, soprattutto la famosa trattoria Masuelli, che Gianni aveva eletto a nostro ristorante principe per i suoi eccelsi bolliti e per il suo bere “alto”.  Bere Alto fu anche il titolo che Gianni diede ad un libro curato insieme ad Antonio Piccinardi e Fabio Simion per le edizioni di Leonardo Mondadori. E c’era soprattutto il Lucky Bar, un locale che Gianni si era letteralmente inventato per Carlo Bozzoni e che grazie a Gianni è stato probabilmente il primo Happy Hour di Milano: aperitivi lunghissimi che ci vedevano riuniti intorno ad un tavolo in legno quadrato e che spesso si trasformavano in vere e proprie cene a base di risotti deliziosi, occasioni per Gianni per incontrare amici, artisti, poeti e scrittori, happy hours dedicate ai progetti, alle discussioni infinite che ne nascevano. Gianni Sassi aveva un’intelligenza mobilissima e prensile, captava tutte le buone idee, anche quelle più fumose, trasformandole quasi sempre in eventi reali. Come diceva di lui, un altro suo grande amico, Fabio Simion, grande fotografo che con lui aveva lungamente collaborato, “Gianni Sassi è stato un motore instancabile che ha tenuto viva la scena culturale milanese ed italiana per un lungo arco di tempo”. L’elenco è lungo, sicuramente più di quanto la mia memoria mi supporti, dalla partecipazione alla nascita del primo circolo culturale di Milano intitolato a Giaime Pintor nel 1962 insieme a Mario Spinella, che da quel momento ci fu sempre vicino ed amico. Eravamo tutti molto giovani e squattrinati, col desiderio di fare, di cambiare il mondo perché volevamo cambiare la nostra vita. Gianni era il più calvinista tra di noi, non ha mai lavorato per accumular denaro ma per il puro desiderio di fare, intraprendere, organizzare. Certo gli piaceva il ruolo dell’imprenditore, era ambizioso come tutti noi, ma mai si discostò da questo suo interno rigore etico verso la vita. Non amava avere, amava essere.

Da sinistra: Nanni Balestrini, Gianni Sassi, Gino Di Maggio, e in piedi Juan Hidalgo, Photo Fabrizio Garghetti, Courtesy Archivio Garghetti.

R.P.: Nell’ambito dell’arte visiva, cui avete dato ampio spazio, quali erano le tendenze o i movimenti per voi di maggior interesse ?

G.D.M.: Personalmente mi occupavo soprattutto di Fluxus, l’ultima avanguardia del secolo scorso. Anche con gli artisti Fluxus era una continua discussione sulle sorti del mondo.

R.P.: Stampavate molte copie ed eravate distribuiti in tutte le edicole, quali sono stati i motivi per cui nell’1988 avete deciso di chiudere?

G.D.M.: Stampavamo fino a 30.000 copie, ed eravamo distribuiti capillarmente su tutto il territorio nazionale, grazie alle edicole e alle librerie. Inoltre avevamo una lunga lista di abbonati, che ricevevano la rivista comodamente a casa. Nel 1988 abbiamo chiuso perché si erano semplicemente esaurite le ragioni che richiedevano la necessità della presenza di “Alfabeta”. I giochi erano ormai largamente fatti.

R.P.:  Quali sono poi stati i motivi per cui una ventina di anni dopo avete riproposto una “Alfabeta 2” ?

G.D.M.: La devastante deriva culturale a cui il berlusconismo stava sottoponendo il paese ci parve, per lo meno a Umberto Eco, Nanni Balestrini, e me stesso una ragione sufficiente per riproporre il giornale ancora per alcuni anni. Un’emergenza culturale, antropologica, economica. Dunque politica. Era necessario istituire un “servizio di pronto intervento”.

R.P.: Quali le differenze rispetto alla precedente esperienze ? Quali i motivi per la conclusione anche di questa iniziativa ?

G.D.M.: Nell’editoriale del primo numero di “Alfabeta2” Nanni Balestrini scriveva:“In fondo la vera differenza, tra oggi e il 1988, è che allora eravamo alla fine di un secolo, mentre oggi siamo all’inizio di uno nuovo. E allora, valendoci ovviamente di tutti i saperi e le tecniche del tempo nuovo, sarà ancora possibile fare una rivista: da intellettuali. Anche se le prime cose ad essere cambiate – in un tempo radicalmente mutato sul piano tecnologico, sociale ed economico – sono proprio la condizione e lo status dell’intellettuale. Ma anche se al giorno d’oggi appaiono – e sono – marginalizzati, precarizzati, destituiti di mandato e funzione, sta ancora e malgrado tutto ai bistrattati intellettuali esercitare la scomoda funzione di segnavento: segnalatori d’allarme e indicatori di nuove tendenze. È per questo che danno fastidio – oggi come all’inizio del secolo scorso. Perché il tempo che abbiamo di fronte è sempre un altro: tutto da inventare”.

La rivista aveva una tiratura di 15.000 copie, era mensile, stampata su carta fino al numero 35, poi è passata alla rete ed è andata avanti fino alla scomparsa di Nanni Balestrini.

Nanni Balestrini diceva che tutte le riviste nascono per una ragione e quando esauriscono il motivo per il quale sono nate, terminano il loro compito e chiudono.

è nato a Novara di Sicilia nel 1940. Promotore e organizzatore di mostre ed eventi culturali, collezionista, editore di periodici d'arte e di numerose riviste tra cui “Alfabeta”, “Alfabeta2” e “Bullshit” sin dagli anni settanta. Nel 1989 ha fondato la Fondazione Mudima a Milano, prima fondazione di arte contemporanea in Italia dedicata a esperienze internazionali nel settore dell’arte visiva, della musica e della letteratura, che è diventata un punto di riferimento per gli studi sul Futurismo. Ha realizzato numerose mostre. Tra le mostre principali: Wolf Vostell, Nam June Paik, Allan Kaprow, Hiroshi Teshigahara, Imai, Arman, César, Piero Manzoni, Yoko Ono, Kazuo Shiraga, Gutai, Lee Ufan, Daniel Spoerri, Ben Vautier, Ben Patterson, Milan Knizak, Roman Opalka (2012), Enrico Castellani and Gunther Uecker (2013), Mono-ha. È anche autore di numerosi saggi, come: Modesta proposta per il terzo millennio, ed. Fondazione Mudima, 2013; Progetto Sicilia, ed. Fondazione Mudima, 2016; Moderato a chi?, ed. Fondazione Mudima, 2016; Con + ottimismo, ed. Fondazione Mudima, 2018; Quello che so io dell'islam, ed. Fondazione Mudima, 2019.

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